Non saprei proprio vivere lontano dal “mio” mare. Non potrei proprio farcela.
Ho sempre reputato il nostro, come un rapporto intimo, simbiotico. Il suo richiamo, come una sirena che con i suoi versi cattura i marinai, richiama lo scrosciare delicato sul bagnasciuga, che cattura la mia mente.
Sa ascoltare, non silenziosamente, ma violento e burbero, come un vecchio saggio orgoglioso della sua esperienza, della sua immensa conoscenza, che di fronte alle ingiustizie diventa potente.
Lui sa sempre come emozionarmi, come calmarmi.
Ma non è sempre stato così, da bambino avevo una gran voglia di scoprire cosa c’era sotto quel lenzuolo che si muove continuamente, elegante. Ricordo i discorsi di mio padre prima di immergerci “Rispettalo, e lui avrà cura di te, affrontalo con superbia e farà di te un sol boccone“. Quanto ho amato il mare fin da piccolo, immergere la testa sott’acqua, e sentire il bruciore del sale negli occhi e nel naso. O no, non ci pensavo proprio a chiuderlo con le dita, no, io volevo andare sempre più giù, sempre più profondo, volevo riuscire a prendere la sabbia, troppi metri da fare solo con le gambe. No, avevo bisogno delle mani, scendevo, scendevo, e con la vista appannata dall’acqua a contatto con gli occhi. Era tutto sfocato, ma sapevo che le ombre che vedevo erano i pesci che mi passavo d’avanti, e percepivo il momento in cui mi stavo avvicinando al fondale. Quanto mi piaceva uscire vittorioso con la sabbia tra le mani, mostrandola come fosse un trofeo a mio padre, che se la rideva. Fare a gara con papá per chi riusciva a fare il morto per più tempo. Me l’ero capito, lui lo faceva per farmi stare calmo e riposarsi. LUI! Ma io adoravo stare fermo sul pelo dell’acqua e perdermi nell’azzurro delle nuvole, e chiamare forte i gabbiani quando me ne passava uno da sopra. Gli avevamo dato anche un nome, ROBERTO, e quando ne vedevo uno lo chiamavo sperando sempre che si girasse. E quanto tornavo dalla mamma infreddolito, perché ero rimasto per troppo tempo fermo, sentire il calore dell “asciugamano” (si, perchè qui si chiama così, spugna da mare è severamente vietato dal regolamento del terrone pugliese) e lei che si alterava perché ero un testone e non le davo mai retta, era impagabile. Ma quella sensazione durava sempre poco, dopo 2 minuti ero di nuovo in acqua, e di nuovo punto e a capo, mia madre ormai aveva perso le speranze (ahahahahah povera donna).
Poi si cresce, e se certe cose cambiano, certe altre non cambiano mai. L’odore della salsedine, e il fresco della brezza marina al sorgere del sole, l’acqua nebulizzata nell’aria per il forte sbattere delle onde sugli scogli, e il sole che pian piano si avvicina su quella linea indefinita, prima di far l’amore, all’orizzonte, con il mare. Le mille sfumature di rosso, arancio, rosa e fucsia prima di scomparire del tutto dietro i monti del Pollino.
No, non posso proprio vivere senza di lui, senza quella visione. Ho bisogno di sentire la sua presenza, di sentire che lui è vicino, e se anche dovessi trasferirmi in una città di mare, non sarebbe la stessa cosa. Come nel mondo dei sogni, so dove rintanarmi per sentirmi sicuro, ed essere solo con me stesso.

E poi il suo luccichio mi ricorda ancora il mio primo bacio al tramonto, troppo tenero troppo timido.

 

Quante cose sono cambiate da allora…