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Giuseppe Schiavone

Riti della Settimana Santa

Taranto, I Perdoni dell'Addolorata Copyright Giuseppe Schiavone
Taranto, I Perdoni dell’Addolorata
Copyright Giuseppe Schiavone

Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l'arrivo dell'Addolorata. Copyright Giuseppe Schiavone

Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l’arrivo dell’Addolorata.
Copyright Giuseppe Schiavone

Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l'arrivo dell'Addolorata. Copyright Giuseppe Schiavone
Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l’arrivo dell’Addolorata.
Copyright Giuseppe Schiavone
Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l'arrivo dell'Addolorata. Copyright Giuseppe Schiavone
Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l’arrivo dell’Addolorata.
Copyright Giuseppe Schiavone
Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l'arrivo dell'Addolorata. Copyright Giuseppe Schiavone
Taranto, Il Crociaio scalzo che anticipa l’arrivo dell’Addolorata.
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Taranto GALLERIA

Un cane riposa indisturbato, Taranto Vecchia, vicolo S. Martino. Copyright Giuseppe Schiavone
Un cane riposa indisturbato, Taranto Vecchia, vicolo S. Martino.
Copyright Giuseppe Schiavone
Una della fasi della riparazione di una rete da pesca, Taranto Vecchia, Via Cariati Copyright Giuseppe Schiavone
Una della fasi della riparazione di una rete da pesca, Taranto Vecchia, Via Cariati
Copyright Giuseppe Schiavone

“Taranto Vecchia”

Taranto Vecchia
Taranto Vecchia

La fotografia per me è un miracolo, un dono che ci è stato concesso per poter immortalare momenti che durano meno di un battito di ciglia. Ogni momento è sfuggente, ogni azione genera delle conseguenze, ed è questo il bello di poter girare sempre con una fotocamera al collo. Essere presente nel momento in cui capita qualcosa di unico, qualcosa di meraviglioso o qualcosa di profondamente tragico. Per me è un privilegio la fotografia, com’è un privilegio vivere in una città tanto meravigliosa com’è Taranto. E’ come una donna bellissima, fiera della sua storia e delle sue origini spartane, e come per qualunque altra persona basta scavare un po nella sua storia per capire che tutta quella bellezza cela un lato tragico, orribile. E’ una città sofferente, e vive in simbiosi con quel male che la tiene in vita.

Girare per le vie della Città Vecchia, ti fa viaggiare nel tempo e nello spazio. Ti fa perdere nelle sue strette vie e ti racconta di storie ormai dimenticate nei secoli. Conoscere tutti i suoi segreti e le sue avventure è un viaggio che può durare una vita intera.

Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia

Comincia sul lungomare dei pescherecci la mia giornata, l’antica via Cariati, un porto che ha solo lei, con le abitazioni dei pescatori, pericolanti e sventrate dall’inesistente intervento di una classe politica fantasma, da un lato, e la lunga schiera di grandi pescherecci da altura, dal lato opposto. La mattina è un luogo vivo, pieno di movimento. I pescatori tornano dalla battuta di pesca notturna, con il loro prezioso carico, alcuni si occupano della pulizia dei ricci o delle cozze nere. Altri sistemano le reti per preparare la barca alla prossima battuta. E’ tutto un fermento, un via vai di gente che non si ferma. In alcuni casi si percepisce la stanchezza nei loro volti. Uno sguardo che può dirti tutto, in un attimo di vita, se solo glielo permetti.

Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia

Altre volte, invece, ci si fa coinvolgere dalla splendida accoglienza e ospitalità dei ragazzi, per nulla infastiditi dalla presenza di una macchina fotografica o di qualcuno che non hanno mai visto. E’ un aspetto che ho imparato a conoscere, un lato che non conoscevo assolutamente, e che anzi criticavo senza “sapere”. Alle volte ci si può sbagliare alla grande.

Ho chiesto loro di come fosse andata la notte, e con un sorriso amaro mi hanno risposto chiedendomi se avessi mille euro da regalare loro. Evidentemente non deve essere andata per nulla bene. Parlando con un altro pescatore però, mi ha spiegato che in questo periodo c’è poco pesce sotto costa, e che per prendere qualcosa di accettabile ci si deve spostare molto fuori, e ovviamente queste, sono spese che devono essere sostenute a prescindere se dovessero o meno tornare con la stiva piena.

Taranto Vecchia
Taranto Vecchia

Ma la dedizione al loro lavoro è ammirevole. Oggi la giornata è calda, ma sono le 11 di mattina, la notte non deve essere, invece, stata tanto clemente. Noto le loro mani rude, e non posso non notare le molteplici lesioni, eppure il morale è sempre alto, questa è gente da invidiare, gente che nonostante tutto non si arrende, e forse, trova del positivo anche là dove apparentemente non c’è.

Ma le situazioni si susseguono senza sosta, e come degli esperti sarti mettono mani alle reti. Prima vengono stese, poi tirate, poi raccolte, poi ne cercano le parti rotte o rovinate per sostituirne i pezzi, poi viene nuovamente stesa e con uno speciale ago ne ricuciono i pezzi strappati durante la pesca in mare. La cosa che mi ha colpito, però, è che una volta stese sulla terra ferma, le reti prendono la forma delle onde del mare, mi perdo in questa similitudine quel tanto che basta a farmi deconcentrare e distrarre da una scena stupenda, che non racconterò.

Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia
Taranto Vecchia

Eppure in tutto questo c’è del marcio, è una città abbandonata al suo destino, e il cittadino non l’aiuta per nulla, è pieno di sporcizia ovunque. Nelle buche sul pavimento di marmo, o in acqua sotto le banchine, è pieno di polistirolo, bottiglie di plastica o pezzi di ombrellone arrugginiti. E dopo aver visto tanto splendore mi tocca il profondo dell’anima comprendere che piccoli gesti potrebbero cambiare radicalmente questa città. Ma i cittadini, non tutti, ma una buona parte, non ha intenzione di cambiare, di capire quanto importante siano i gesti dei singoli cittadini, o di quanto positivo possa essere far capire ai propri figli l’importanza del non buttare la carta del gelato in acqua.

Taranto
Taranto

E’ una città meravigliosa quella in cui vivo, ricca di contrasti e di aneddoti di ogni tipo. Così poco si conosce del cuore di una delle città più antiche e gloriose d’Italia. Vorrei che la mente dei cittadini del “borgo” si aprisse. Vorrei che i tarantini riscoprissero l’istinto di appartenenza alla loro terra, partendo dalla storia. Dal dialetto, un dialetto così disprezzato da noi stessi perché crediamo che sia troppo grezzo, sguaiato, quando non è affatto vero. Basta poco per riscoprirsi fieri di uno dei posti più belli del mondo, a due passi dal ponte girevole, abbracciata dai Due Mari.

Vivere senza sarebbe impossibile

Non saprei proprio vivere lontano dal “mio” mare. Non potrei proprio farcela.
Ho sempre reputato il nostro, come un rapporto intimo, simbiotico. Il suo richiamo, come una sirena che con i suoi versi cattura i marinai, richiama lo scrosciare delicato sul bagnasciuga, che cattura la mia mente.
Sa ascoltare, non silenziosamente, ma violento e burbero, come un vecchio saggio orgoglioso della sua esperienza, della sua immensa conoscenza, che di fronte alle ingiustizie diventa potente.
Lui sa sempre come emozionarmi, come calmarmi.
Ma non è sempre stato così, da bambino avevo una gran voglia di scoprire cosa c’era sotto quel lenzuolo che si muove continuamente, elegante. Ricordo i discorsi di mio padre prima di immergerci “Rispettalo, e lui avrà cura di te, affrontalo con superbia e farà di te un sol boccone“. Quanto ho amato il mare fin da piccolo, immergere la testa sott’acqua, e sentire il bruciore del sale negli occhi e nel naso. O no, non ci pensavo proprio a chiuderlo con le dita, no, io volevo andare sempre più giù, sempre più profondo, volevo riuscire a prendere la sabbia, troppi metri da fare solo con le gambe. No, avevo bisogno delle mani, scendevo, scendevo, e con la vista appannata dall’acqua a contatto con gli occhi. Era tutto sfocato, ma sapevo che le ombre che vedevo erano i pesci che mi passavo d’avanti, e percepivo il momento in cui mi stavo avvicinando al fondale. Quanto mi piaceva uscire vittorioso con la sabbia tra le mani, mostrandola come fosse un trofeo a mio padre, che se la rideva. Fare a gara con papá per chi riusciva a fare il morto per più tempo. Me l’ero capito, lui lo faceva per farmi stare calmo e riposarsi. LUI! Ma io adoravo stare fermo sul pelo dell’acqua e perdermi nell’azzurro delle nuvole, e chiamare forte i gabbiani quando me ne passava uno da sopra. Gli avevamo dato anche un nome, ROBERTO, e quando ne vedevo uno lo chiamavo sperando sempre che si girasse. E quanto tornavo dalla mamma infreddolito, perché ero rimasto per troppo tempo fermo, sentire il calore dell “asciugamano” (si, perchè qui si chiama così, spugna da mare è severamente vietato dal regolamento del terrone pugliese) e lei che si alterava perché ero un testone e non le davo mai retta, era impagabile. Ma quella sensazione durava sempre poco, dopo 2 minuti ero di nuovo in acqua, e di nuovo punto e a capo, mia madre ormai aveva perso le speranze (ahahahahah povera donna).
Poi si cresce, e se certe cose cambiano, certe altre non cambiano mai. L’odore della salsedine, e il fresco della brezza marina al sorgere del sole, l’acqua nebulizzata nell’aria per il forte sbattere delle onde sugli scogli, e il sole che pian piano si avvicina su quella linea indefinita, prima di far l’amore, all’orizzonte, con il mare. Le mille sfumature di rosso, arancio, rosa e fucsia prima di scomparire del tutto dietro i monti del Pollino.
No, non posso proprio vivere senza di lui, senza quella visione. Ho bisogno di sentire la sua presenza, di sentire che lui è vicino, e se anche dovessi trasferirmi in una città di mare, non sarebbe la stessa cosa. Come nel mondo dei sogni, so dove rintanarmi per sentirmi sicuro, ed essere solo con me stesso.

E poi il suo luccichio mi ricorda ancora il mio primo bacio al tramonto, troppo tenero troppo timido.

 

Quante cose sono cambiate da allora…

La ricerca dell’emotività

Salgado_Africa2

Ognuno di noi cerca qualcosa su questo Mondo.

C’è chi cerca l’ultimo modello di fotocamera, e chi la lente più definita.

C’è chi cerca il posto giusto, e chi il momento giusto.

C’è chi cerca la persona perfetta, e chi, invece, la trova!

Alle volte si pensa che sia solo questione di fortuna, che le nostre decisioni possano condizionare il percorso della nostra esistenza solo in parte, e quando non riusciamo ad arrivare alla meta, sia colpa della fortuna che ha deciso di voltarci le spalle proprio in quel momento.

Molto spesso si creano dei contrasti dentro di noi, scelte che facciamo in base alla nostra esperienza, o al semplice e puro piacere di ricercare il bello in una situazione. La fotografia è evoluzione, è ricerca, continuo sviluppo delle idee e dell’intelletto, ma alla base di tutto c’è sempre l’emozione. Imparare ad ascoltare queste emozioni, è quanto di più difficile si possa immaginare. Anche le situazioni più semplici ci possono mettere in difficoltà.

Ho provato a buttarmi in ogni genere fotografico, dalla macro dei fiori alla fotografia paesaggistica, dalla fotografia glamour al reportage di matrimonio. Sono sempre stato maledettamente curioso, fin da piccolo, quando per la prima volta ho usato l’Olympus OM1 di mio padre con il 50mm f1.8, piccola leggera e solida, al matrimonio dei miei zii. Ma nessuno di quei generi mi ha mai trasmesso un brivido, quella scarica emotiva che mi smuovesse qualcosa nel profondo, che mi turbasse o mi facesse sorridere. E man mano che provavo a vedere qualcosa di nuovo, mi sono accorto che la fotografia non mi emozionava più come avrei voluto. La stavo allontanando. Destino vuole, però, che mi sia imbattuto per puro caso nel film-documentario di Wim Wenders dedicato a Sebastiao Salgado, IL SALE DELLA TERRA, ed è da lì che tutto è cambiato. Le sue foto trascendono la carta, lo schermo e arrivano dritti al cuore, alle volte con violenza, devastandoti con la loro cruda descrizione sulla devastazione dell’uomo. Come le immagini dell’Africa e più precisamente del RuandaSalgado_Africa salgado_worker salgado_cartello

Alle volte ti culla dolcemente facendoti ritrovare quel senso di appartenenza e profondo legame con tutto ciò che esiste, donandoti meravigliose scene di animali liberi, tribù di uomini ai confini del mondo conosciuto. Insomma, era proprio questo che stavo cercando. Quanto sono stato cieco in tutti questi anni.salgado_norvegia salgado_genesisalgado_genesi2

A quel punto ho deciso di cambiare tutto, a cominciare dall’attrezzatura. Ma come si può pensare che sia lo strumento a fare la differenza? Passare da una reflex voluminosa ad una compatta ma ugualmente potente mirrorless, abbandonando l’idea dei troppo comodi zoom, per abbracciare la strada dei fissi. La mia è stata una ricerca che non si è mai fermata, e che mi ha portato a capire l’importanza dell’interazione con le persone, e con gli animali, ed è per questo dovevo togliere tutte le distrazioni. Il fisso ti obbliga a pensare, ti impone disciplina, non ti permette di distrarti dalla scena e ti costringe ad interagire con essa e con il mondo circostante. Non è un discorso da puristi, personalmente li ho sempre odiato quelli che decantano la loro, come verità assoluta su tutto e tutti. Ci ho messo molto tempo a prendere confidenza con il 35mm, ma ora posso dirlo, per me non c’è nulla di più bello che essere nella scena nel momento stesso in cui la stai scattando. Puoi sentire lo sguardo dei soggetti che penetra l’obiettivo, ti coinvolge ed esalta ogni emozione. La paura diventa terrore, la felicità diventa euforia, e alle volte si fa fatica anche a rispondere a semplici domande, perchè la mente è troppo concentrata sul momento, e al minimo cenno di interazione hai quasi timore di stare facendo qualcosa di sbagliato. Ma non è così, anzi, la maggior parte delle volte, è proprio la curiosità che spinge le persone, a chiederti il motivo per il quali hai scattato loro una foto.

Purtroppo oggi la semplicità è qualcosa che non è più richiesta, e quando qualcuno prova ad essere gentile con noi, chiaro nella scelta delle parole, ci sembra strano. Ciò che ho avuto difficoltà a capire fino ad ora è stato proprio questo, scegliere di interrompere la scena e chiedere il permesso, o scattare per poi interagire? Sta tutto lì l’equilibrio. Capire la scena. Anticipare i movimenti del soggetto, quando possibile. Ma è proprio questo che genera un esplosione di emozioni, e quando per fare quella foto con il 35mm sai di dover essere a 2 metri, forse meno, dal soggetto, allora esplodono tutti i neuroni e il lato umano esce fuori. Magari quel vecchietto che sta passeggiando per cavoli suoi non vuole essere infastidito, ma il cappellino che porta in modo buffo vi ha attratto, a quel punto dovete rischiare, e scattare la foto, al massimo farete due chiacchiere per spiegare al vecchio signore le vostre motivazioni, e magari si verrà poi a scoprire che pure lui era un fotoamatore e vi parlerà di cose che voi non immaginavate. Seduti su una panchina al parco, facendo attenzione a tutto ciò che accade intorno. Magari al mare, dopo aver notato mamma e figlia con lo stesso costume giocare sul bagno asciuga. Le scene sono ovunque tutte attorno a voi, dovrete allenare l’occhio e la mente a percepirle.

 

2. Il Mezzo di Trasporto

Personalmente le scelte possibili erano 3:

  1. L’AUTO
  2. IL TRENO
  3. LA BICI

Ho sempre pensato che il viaggio è la parte migliore di tutte, in quanto la destinazione è il nostro obiettivo, ma per poter raggiungere quella meta dobbiamo superare delle prove. Gli incontri casuali, gli inconvenienti, e la sorpresa che derivano dalla mancata pianificazione di quel determinato evento rendono il tragitto la parte più importante di tutte.

LA BICI

Partiamo dalla bici, dicendo che sono una appassionato di questo sport, e lo pratico da quando ne ho avuto la possibilità, credo attorno ai 4 anni!!! Mi piace la strada, il fuori strada, la città e la provincia. Ma non ho mai provato a fare qualche giorno fuori con tenda al seguito. E’ un idea che mi balena per la mente da tanti anni, caricare di bagagli avanti e dietro, e poi macinare 100/120 km al giorno per 20 giorni di fila, contro la pioggia, il vento, la grandine e il sole. Potremo caricare molta roba, poichè i portabagli per bici reggono molti chili, poi sta alle nostre gambe saper spostare il mezzo. E’ un avventura pura, dove la determinazione è tutto, e la buona riuscita di un viaggio è totalmente nelle tue mani. E dove la pianificazione il più delle volte va a farsi benedire.

PRO: godere del paesaggio a causa della sua andatura; scelta non troppo accurata del bagaglio  per via dei portapacchi; costo del trasporto pari a ZERO;

CONTRO: l’andatura particolarmente lenta obbliga ad avere a disposizione molti giorni per il viaggio; esposizione alle intemperie; maggiore sarà il bagaglio, maggiore sarà lo sforzo che si dovrà fare per spostare il mezzo, soprattutto in salita.

IL TRENO

Il treno a differenza della bici, permette di poter portare con se, molti meno bagagli, poichè potremo caricarli solo sulle nostre spalle. La scelta diventa molto più accurata. Dovremo sfruttare un solo zaino, e più pianifichiamo di restare fuori, maggiore sarà la nostra difficoltà.

PRO: non devi “distrarti” a guidare, godendo di ogni momento; conoscenza di nuove persone; comodità;
CONTRO: carico limitato del bagaglio a spalla; non si possono scegliere i punti di sosta; costo piuttosto elevato, in base alla meta e alle ore di viaggio;

L’AUTOMOBILE

In quanto prima lunga esperienza (la pianificazione prevede circa 30 giorni di viaggio), l’auto mi è sembrato il mezzo ideale, poiché potrò caricare tutto il bagaglio di cui necessito, senza compromessi. Potrò fermarmi quando e dove voglio per riposare o semplicemente per fare due passi, apportando modifiche alla pianificazione in ogni momento, e scegliendo strade alternative. Potrò eventualmente sfruttarla per dormire in caso di pioggia. E poi, la cosa fondamentale, è che adoro viaggiare in auto. Per alcuni è sicuramente una costrizione essere seduto e tenere schiacciato un pedale per delle ore interminabili, ma per me non lo è affatto. L’unico neo a sfavore di questo mezzo, che personalmente ho trovato è il costo del trasporto, dovuto alla benzina, ai pedaggi, ai permessi, e ai traghetti.

PRO: si viaggia comodamente; ci si può fermare in ogni momento; la si può usare per dormire; non ci sono compromessi sul bagaglio;
CONTRO: IL COSTO ECCESSIVO;

La mia scelta a questo punto è ovvia, l’auto è per me il mezzo di trasporto ideale. Principalmente per la comodità, ma anche perché sarei in grado di gestire meglio gli imprevisti.

Ho una Honda Civic del 2008, spaziosa, confortevole e ormai fida compagna di mille avventure. Aggiornerò questo post, per mostrarvi tutte le evoluzioni e le prove che effettuerò prima della partenza.

Sistemazione di tutta l’elettronica, come portatili, GPS, caricabatterie usb per cellulari portatili e batterie varie. Possibile vano per dormire con annesso materassino. e tanto altro ancora.

Ricordate la cosa più importante, fare sempre un tagliando approfondito prima di partire, dovrete essere sicuri che ovunque siate il vostro mezzo sia perfettamente funzionante. Controllate i liquidi, le gomme, i freni, le luci e magari portate con voi qualche lampada di ricambio.

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